Lui & Lei
Ferro e pelle
14.10.2025 |
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"Poi il silenzio venne rotto dal suo ansimare, dal suo non averne mai abbastanza, dai nostri corpi intrecciati ed umidi di sudore e piacere
Ferro e pelle, ancora una volta..."
Il treno correva veloce tra le colline immerse nella luce dorata del tardo pomeriggio. Le rotaie vibravano sotto di noi con un ritmo costante, quasi ipnotico, e il finestrino rifletteva i contorni del mio viso stanco. Avevo scelto lo scompartimento silenzioso, cercando pace. Non immaginavo che l’inquietudine sarebbe venuta a sedersi proprio accanto a me.Lei salì alla stazione di Bologna, elegante e distratta, con un libro stretto tra le dita. Occhi chiari, profondi, un taglio deciso nella voce quando mi chiese:
— È libero?
Annuii. Si sedette. Era il posto accanto al mio.
Per lunghi minuti non successe nulla. Solo il rumore delle pagine, del treno, dei miei pensieri che cominciavano a girare attorno a lei come farfalle notturne. Ogni tanto incrociavo il suo sguardo. Uno di quegli sguardi che non cercano nulla, e proprio per questo, ottengono tutto.
Quando le nostre ginocchia si sfiorarono per via di una curva improvvisa, non si scostò. Né lo feci io.
Poi, con una naturalezza disarmante, abbassò il libro e mi disse:
— Ti dà fastidio se appoggio la testa alla tua spalla? Sono un po’ stanca.
— No, anzi, — sussurrai, sentendo il cuore perdere un colpo.
Il suo profumo era caldo, sottile. Sapeva di pelle e vento. Mentre si sistemava accanto a me, la sua mano sfiorò il mio avambraccio. Leggera, ma intenzionale. Il contatto bruciava come seta che prende fuoco.
La sua guancia contro la mia spalla, la sua gamba che premeva contro la mia, il respiro che si faceva più lento. E poi... la sua mano. Scivolò piano lungo la mia coscia. Un gesto quasi impercettibile, ma pieno di una promessa sussurrata.
Non dissi nulla. Mi lasciai andare.
Il treno ci portava via dal mondo reale, e ogni sobbalzo ci avvicinava di più. Le sue dita disegnavano cerchi invisibili sulla mia pelle, accarezzando con lentezza. Il desiderio cresceva silenzioso, come una marea che nessuno può fermare.
Le nostre bocche si trovarono a metà di un respiro. Il bacio fu lento, profondo. Il suo corpo si voltò verso il mio, accogliendomi. Non c’era bisogno di parole. Solo gesti, silenzi, sospiri.
Non andammo oltre, non quel giorno. Ma tutto ciò che ci fu bastò a cambiare qualcosa dentro di me. Quando scese, alla stazione di Firenze, mi guardò un’ultima volta.
Un sorriso. Un arrivederci non detto.
E ancora oggi, ogni volta che sento il suono di un treno partire, mi chiedo se da qualche parte, su un altro binario, lei stia aspettando che io salga di nuovo.
Passarono settimane. Forse mesi. La vita tornò a scorrere, ostinata, tra scadenze, telefonate, abitudini impolverate. Ma quel pomeriggio di treno restava con me, come una fotografia senza cornice appoggiata in un angolo della memoria: visibile, ma facile da ignorare solo se lo si voleva davvero. Io non lo volevo.
Ogni tanto prendevo lo stesso treno. Stessa ora, stesso scompartimento silenzioso. Bologna, Firenze. Un rituale assurdo, ma necessario. Come chi torna in un posto sacro a cercare un dio che forse non c’è mai stato.
Lei non c’era. Non la trovavo mai.
Fino a quel giorno di pioggia.
La stazione di Bologna era grigia, umida. Avevo appena appoggiato lo zaino sul sedile accanto quando una voce familiare, cristallina, tagliò l’aria: — È libero?
Mi voltai. Lei. I capelli raccolti in modo distratto, le stesse dita sottili, ma questa volta senza libro. Solo uno zaino leggero e uno sguardo che sembrava sapere più cose di quante dicesse.
— Sei tornata — dissi, più a me stesso che a lei.
— Non me ne sono mai andata, — rispose, sedendosi di nuovo accanto a me. Ma stavolta non aspettò curve o pretesti. La sua mano cercò la mia subito, con una decisione gentile. Le dita si incastrarono come se fossero sempre appartenute l’una all’altra.
— Ti aspettavo — dissi piano.
Lei sorrise. — Lo so. E non sei l’unico.
Il treno ripartì, e con lui anche qualcosa dentro di noi. Ma questa volta non c’era più incertezza. Solo la sensazione limpida e nuda di due destini che si erano solo sfiorati, e ora finalmente si afferravano.
Il resto del viaggio non lo racconterò.
Perché ci sono cose che non si possono scrivere senza sminuirle. Ci sono mani che, quando toccano, cancellano le distanze. E ci sono incontri che non finiscono mai, anche se finiscono.
Quello che posso dire è che, da quel giorno, il rumore del treno non è più stato solo rumore.
Scendemmo insieme alla stazione.
Lei si voltò e con un sorriso beffardo mi sussurrò: "tu vieni con me".
Andammo nel motel più vicino.
Si inginocchiò davanti a me, slacciò i miei jeans ed iniziò a succhiare con una dolcezza libidinosa.
Poi il silenzio venne rotto dal suo ansimare, dal suo non averne mai abbastanza, dai nostri corpi intrecciati ed umidi di sudore e piacere
Ferro e pelle, ancora una volta. Ma insieme.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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